Tutti napoletani, anche
con le sciarpe sbagliate

Sono andato a Verona assieme a mia figlia per assistere al concerto di Alicia Keys all’Arena. Ebbene, al momento della partenza, ci siamo resi conto che quello stesso giorno si giocava Chievo – Napoli. Appena messo piede nella città di Giulietta, ci siamo recati allo stadio per acquistare i biglietti per il ‘settore ospiti’. Ovviamente volevamo stare assieme a quelli che condividevano la nostra fede. Mia figlia poi, (di nome Eva), abituata al tifo composto della tribuna numerata del San Paolo, non vedeva l’ora di partecipare ai cori delle curve, alle divertenti invettive che mettevano in dubbio la moralità della mamma del portiere avversario al momento del rinvio dal fondo. Ci siamo diretti alla biglietteria dove un giovane incaricato ci ha spiegato che, per motivi di sicurezza, i biglietti del settore ospiti non erano in vendita il giorno della partita. Tutt’al più potevamo acquistare tagliandi per altri settori. Pur non comprendendo il motivo della proibizione, ci siamo detti: ‘Pazienza!’. Nel momento di entrare in tribuna, però, abbiamo avvertito un certo disagio. In un settore popolato da tifosi avversari, non avremmo potuto inneggiare ai nostri idoli. Qualche volta al san Paolo ci era capitato di vedere qualcuno che parteggiava per la squadra ospite. E avevamo provato nei suoi confronti un fastidio quasi fisico. Non volevamo subire lo stesso trattamento da parte dei fan del Chievo. Così ho proposto a Eva di acquistare una sciarpa della squadra avversaria. “Papà, sarebbe un tradimento!” ha detto lei. “Ti sbagli. Anzi, se non lo facessimo, tradiremmo la nostra cultura che ci suggerisce di fregare il nemico usando l’arte del raggiro”. Alla fine l’ho convinta e siamo entrati in tribuna con la sciarpa blu e gialla del Chievo annodata al collo. Nel corso dei primi minuti ci siamo divertiti un mondo. A ogni tiro sbagliato di Pellissier ci mangiavamo le mani, ostentando dispiacere. Per ogni goal mancato da Lavezzi tiravamo un sospiro di sollievo, proprio come  i nostri vicini di posto. Per nascondere la nostra pronuncia che non ricordava precisamente quella dei frequentatori dell’università di Oxford, parlavamo mezzo italiano, mezzo spagnolo come se fossimo emigranti appena tornati dall’estero. Poi, alla fine del primo tempo, é arrivato il goal di Denis. Attorno a noi gli spettatori sono scattati in piedi e hanno applaudito. Tutti si abbracciavano. Perfino i nostri vicini, che pure si fregiavano di spillini e mostrine gialloblu, avevano cambiato bandiera. Abbiamo scoperto così che non eravamo i soli fan del ciuccio a essere finiti in tribuna a causa dell’assurdo decreto sulla vendita dei biglietti. Quando siamo tornati a casa, mia figlia ha appeso la scarpa del Chievo accanto a quella che ricordava il concerto di Lady Gaga. Sono sicuro che anche gli altri finti-traditori presenti in tribuna avranno esposto con uguale orgoglio i loro cimeli. Quel giorno la squadra, vincendo, si mostrò degna dell’Europa che contava. Ma noi tifosi sugli spalti, grazie alla ‘cazzimma’ insita nei nostri cuori, ci eravamo mostrati alla loro altezza.

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