Champions, sono a Madrid e voglio vincere

Sono arrivato a Barajas da un paio d’ore. Appena atterrato, il mio aereo da Capodichino ha aperto il suo portellone e mi ha scaricato in un lungo tunnel insieme ad altri miei connazionali. Connazionali di Napoli, non italiani. Eravamo in tanti, almeno una cinquantina in un aereo che ha trasportato anche altri viaggiatori in Spagna per vacanze ed altri. Noi cinquanta, tutti con le maglie uguali, gli stessi colori, la stessa fede. La stessa passione. Sono un tifosissimo, lo confesso. Sciarpe e bandiere al collo. Bellissimo, tutto il viaggio a parlare della partita, della finale di Champions League. Un volo di quelli low cost, presi all’ultimo momento. Torniamo domani mattina all’alba sperando di festeggiare sulla piazza della fontana di Cibele. Programma fitto-fitto: plaza del sol, plaza major, paseo della castellana. Il Prado lo abbiamo bandito. Bellissimo, ma troppo lunga la fila. Pranzo in uno di quei tanti musei del jammon dove appena entrato ti senti assalito dal profumo del serrano piuttosto che dell’iberico. Intensissimo. Il San Daniele o il Parma sono più dolci, il prosciutto spagnolo sa di selvaggio. Siamo arrivati e decidiamo di non dividerci. Sono partito da solo alla ricerca di un’emozione: sentirmi fratello assieme a tantissimi sconosciuti. Un addetto mi accoglie dietro un bancone in cui c’è il cartellone della Champions League. Arrivate da Napoli? Bella mi dice. C’è tanto da vedere. E io aggiungo che ci hanno scippato un re. Già perché Carlo III era talmente bravo (e a Napoli la maggior parte delle grandi opere la si deve a lui) che in Spagna se lo sono chiamati per farlo diventare Carlo I uno dei più grandi che qui ricordano. Ma non divaghiamo. Metropolitana. Un po’ confusionario lo spazio antistante i biglietti. Ma ti danno una mappa piena di numeri e colori ed in una mezzoretta arrivi dove vuoi tu. Seduto accanto a me c’è un tifoso della squadra avversaria. Gli sorrido, mi sorride. Ma è un ghigno. Ci vediamo più tardi allo stadio diciamo a gesti. Un paio d’ore per visitare Madrid. Com’è bella. Grande, capitale. Forse manca un po’ di stratificazioni storiche, ma del resto era un piccolo borgo costruito solo per essere capitale. Quella vera, stratificata, è Toledo, qualche chilometro più lontano. Torniamo alle emozioni. Il Bernabeu è un catino. Ci sono decine di migliaia di amici. Molti senza biglietto. C’è un acquafrescaio. Come pure qui? E c’è anche uno che vende foto del mio idolo ed un Borghetti. Non mi piace ma lo compro: tre euro: ladro. Ma è la finale di Champions. Ragazzi è bellissimo. Domani ve lo racconto da vicino. Si sono fatte le 17, è ora di entrare. Più di tre ore prima della partita. Ma il tempo scorre. Ecco, salgo le scalette. Mi accomodo. Vedo De Laurentiis che parla con Florentino Peres. Ore 20.40 entrano le squadre. Cannavaro con il bambino mano per la mano. Lavezzi entra per ultimo. E’ il Napoli, il mio Napoli che gioca la finale di Champions in un tripudio di azzurro. Un sogno? Forse, altrimenti facevo il tifo per una squadra di bocce.

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