Nella cartella di Mou
c’è il segreto del calcio

«If I wanted to have an easy job…I would have stayed at Porto – beautiful blue chair, the Uefa Champions League trophy, God, and after God, me». (Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto con una bellissima sedia blu, la Champions in Bacheca, Dio e dopo Dio, io) 2004.
Quando Special One pensa di far entrare Quaresma al posto di Milito e Cambiasso per Muntari spero che la telecamera se ne accorga, prima della sostituzione. Sono fortunato. Inquadra la panchina. Allora José Mário dos Santos (come il Super pallone arancione) Félix (come me quando la buttano dentro) Mourinho prende una cartellina di plastica, tipo quelle degli studenti. La apre appena.
Il giocatore scalpita, è un dio pagano col fulmine sul piede. Lui lo trasforma in un ragazzino a scuola. Ripassano insieme la lezione: trigonometria del rettangolo di gioco, sintassi del passaggio, algebra della marcatura. Poi c’è il cambio. Con gli occhi segue il nuovo entrato che va a posizionarsi non un metro davanti, non un metro dietro ma esattamente dove il mister ha detto di piazzarsi. Chi ci ha fatto caso? L’Inter dopo una sostituzione ha bisogno di almeno trenta secondi per registrare le posizioni, come un fucile di precisione nelle mani di un cecchino col bersaglio in movimento.
Nella cartella di José c’è tutto. C’è il calcio moderno e al tempo stesso il rifiuto della modernità del calcio. Lo striscione sul campo recitava «uomo vero in un calcio finto» e non era quello dei suoi tifosi, ma quello degli avversari. Io l’ho amato da masochista perfetto, quando ha iniziato a trattare male i giornalisti in sala stampa. Poi il devastante «zeru tituli», lontano anni luce dal Trap che grida ai tedeschi «Strunz, Strunz!» intendendo il Thomas nazionale germanico e qui noi tutti a darci di gomito, come in un film di Lino Banfi.
Ora che ci penso, l’ultimo allenatore italiano con uno schema e degno di stima era il leggendario Oronzo Canà col suo 5-5-5.
Mou ha vendicato anni di «sono undici scemi coi calzoncini corti!» gridato da madri, fidanzate, amanti e da certi eretici amici. Guardali: staranno pure con le veline, avranno pure la Lamborghini. Ma ora devono fissare la cartellina misteriosa e capire al volo tutto. O al novantesimo negli spogliatoi sono guai. Lo Special One negli ultimi due anni ha applicato la sua scienza nell’Italia calcistica del dopo-Moggi, dove a colpi di brogliacci il Bar Sport si è trasferito in Procura. Oltre che allenatore è stato parafulmine della comunicazione dell’Inter. Lui indicava e i giornalisti guardavano. Fino alla domenica successiva.
È fatto così, Mou. Special ma non vanesio come Josep Guardiola, Number One ma non pomposo come Alex Ferguson che si fa chiamare Sir. Per lui niente «culla de oro», nessuna infanzia dorata. È stato perfezione tattica nell’Italia del catenaccio, sincerità deferita a fronte di quel numero 10 si ciuccia il pollice dopo il goal e poi elargisce pianificati calcioni di vendetta durante le partite.
Domenica mentre noi nerazzurri festeggiavamo, lui è andato via, era nel pullman, a piangere e a pensare. Non è la prima volta. Pure col Porto, andò via in pieno party: lui e la sua cartellina che contiene il segreto di Pulcinella del pallone: il talento non basta, se non sai da che parte andare.
<strong>Ciro Pellegrino</strong>

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