Modello Barça? Sì
con l’azionariato popolare

Il campionato è ormai agli sgoccioli e credo sia sensazione comune a tutti i tifosi che siamo arrivati a una svolta. Dopo anni di feroci e umilianti delusioni, l’arrivo di un presidente-napoletano-manager e di un allenatore preparato tecnicamente e dalla mentalità vincente ci hanno fatto assaporare la possibilità di qualcosa in più di qualche partita esaltante alternata ad altrettanti stop deludenti. Inoltre, lontano da qualsiasi forma di triste retorica, il tifoso del Napoli ha dimostrato, in anni che avrebbero scoraggiato chiunque dopo quelli gloriosi dell’era Maradona, (gli anni della B e della C per intenderci), di essere sempre e comunque presente. Partendo da queste premesse, la svolta di cui parlavo all’inizio è rappresentata dalla necessità, per vincere veramente qualcosa e soprattutto per far durare le vittorie, di una ulteriore crescita tecnico/economica della squadra che, in tempi di crisi così grave, appare assolutamente irrealistica. Anche a giudicare dalle dichiarazioni del presidente, giustamente improntate alla sobrietà. Eppure una soluzione ci sarebbe ed è a portata di mano. E si chiama azionariato popolare, improntato al modello Barcellona di cui proprio il presidente parlava l’altro giorno.
La deriva industriale del calcio, soprattutto con la massimizzazione delle risorse attraverso la gestione dei diritti televisivi, dell’immagine e dell’area commerciale, hanno contribuito, nonostante l’aumento dei budget delle società, a una sempre maggiore ghettizzazione degli spettatori consumatori. Questo risultato è il prodotto di molteplici fattori, tra i quali l’aumento del costo dei biglietti, il crescente divieto delle trasferte della tifoseria per motivi di ordine pubblico, la stessa sicurezza degli stadi, a tutto vantaggio delle televisioni commerciali, che hanno ulteriormente ridotto la presenza viva dei tifosi negli stadi, contribuendo a rendere lo spettacolo calcistico più virtuale che reale, mettendo ai margini il tifoso, il principale elemento del sistema calcio.
Ora in questa crisi di identità del pianeta calcio, nel quale il sistema economico si è impadronito della vicenda sportiva, privilegiando la gestione proprietaria delle società, senza alcuna tutela degli spettatori consumatori, c’è un aspetto particolare che contribuisce ad aggravarne la portata, costituito dalla presenza della lobby dei grandi poteri economici, concentrata, come è noto, su alcune società, che senza alcun rispetto del fair play finanziario, cioè regole uguali per tutti, hanno creato un sistema di monopolio nel campionato professionistico della serie A, per non parlare di altro, inflazionando a livelli non sostenibili i bilanci delle altre società, costrette a far da comprimarie.
Queste sono le ragioni di fondo della necessità di una rivoluzione della impostazione culturale esistente per salvare il calcio come sport. La soluzione deve essere anzitutto il riconoscimento di una vera e propria legittimazione del tifoso consumatore, attraverso lo strumento dell’associazionismo sportivo, che gli consenta di diventare partecipe di un sistema societario fondato sul rispetto da parte di tutti gli associati di regole uguali per tutti, finalizzato a privilegiare i valori dello sport contro ogni forma di egemonia economica.
Più che una città, Napoli è un popolo presente in ogni parte d’Italia e del mondo, che conserva orgogliosamente la propria identità e che anche attraverso il calcio sublima il suo amore per la città. Gli stessi dati relativi alla presenza negli stadi, che vedono il Napoli al secondo posto, dopo l’Inter, scavalcando anche il Milan, evidenziano emblematicamente le potenzialità del calcio a Napoli (per non parlare dei tifosi del Napoli in tutto il mondo).
Con queste ulteriori premesse, non è utopia pensare che nel medio e lungo periodo possa realizzarsi a Napoli un progetto di azionariato popolare che, senza alcun intento eversivo nei confronti di De Laurentiis, possa coagulare quelle potenziali energie e convogliarle a fianco della società, che unica in Italia (e ripeto, nel mondo) ha una risorsa straordinaria: il capitale umano. De Laurentiis, che orgogliosamente vuole portare il Napoli al posto che gli compete, se vuole può dare una svolta veramente epocale alla storia del Calcio Napoli, chiamando a raccolta quel grande capitale umano in un progetto societario nuovo, aperto alla partecipazione popolare, con una quota di minoranza ad azionariato diffuso (cioè a bassa caratura) che, fermo restando la sua leadership, costituisca la vera rivoluzione dell’associazionismo sportivo per la prima volta in Italia.
Nient’altro che il modello Barcellona. Alcune semplici cifre evidenziano che non è utopistico pensare che la nuova associazione dei soci ed azionisti di minoranza della società Calcio Napoli potrebbe raggiungere la quota, come primo traguardo, di 100mila unità, (il Barcellona ne ha 165mila) seguita da un numero imponente di appassionati sotto tutte le latitudini, che farebbero del Club Napoli un fenomeno unico al mondo. L’apporto dei primi centomila azionisti, in Italia e nel mondo consentirebbe l’acquisto della quota di minoranza, mentre il contributo per l’accesso al Club, ipotizzabile in 50 o 100 euro per ciascun socio potrebbe costituire un conferimento finanziario per la società di notevole entità (fate voi l’elementare conto). La nascita del Club Napoli potrebbe in seguito creare i presupposti per la formazione di una Fondazione che possa costituire anzitutto una scuola di cittadinanza e che, anche attraverso le donazioni dei soci, possa successivamente finanziare altre aree di attività sportive e sociali del Club Napoli.
Per chiudere, vorrei dare ai lettori/tifosi un "piccolo" riferimento, prendendo ad esempio il Barcellona, nel 2009 campione d’europa, di Spagna e del mondo, che nasconde il suo successo dietro un idea vincente: organizzazione, economia, identità, cultura, educazione, impegno sociale, impianti sportivi, una fondazione e 165mila soci in tutto il mondo. L’esempio di una società che, coinvolgendo i tifosi/soci, ha cambiato mentalità diventando squadra che attacca sempre, anche quando si vince già. "Mes que un club" dicono i calciatori, "Quando giochiamo, sappiamo di rappresentare una nazione" e niente a che vedere con la Padania per intenderci, ma con la nostra storia, cultura e lingua che si mischiano con la gente, il club e la città. E, per chiudere, come dicono loro: "Non vogliamo essere i primi, vogliamo essere i migliori!"
<strong>Francesco Patierno (regista cinematografico)</strong>

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