Io tiferò Inter
solo per quindici giorni

Maria Wanda non ci può passare. E’ disorientata, e la capisco. Minaccia la denuncia pubblica. Non passa giorno, ormai, che non metta in discussione quarant’anni di onoratissima militanza napolistica. Lei che il morbo l’ha contratto quando (non molto tempo fa) era ancora nella culla. Ho cercato di spiegarle che, gratta gratta, di odi sportivi profondi io ne coltivo uno solo. Coriaceo: quello per la Juve e gli juventini. Ho aggiunto anche che, mutatis mutandis, a lei sta capitando esattamente quello che capitò a me. Ha un sacco di compagni di scuola interisti. Io ce li avevo juventini. Capito la differenza? Tutto questo <em>paraustiello</em> per dire che, fatti salvi i prossimi 180 minuti di (perfino ovvie) passione  e sofferenza tra San Paolo (domenica) e Marassi (l’altra), io tiferò disperatamente Inter per lo scudetto e la Champions. E ora che ho confessato, auspicabilmente neutralizzando la delazione dell’inflessibile custode dell’ortodossia napolista che mi gira per casa, mi sento come liberato di un peso. E posso anche andare fino in fondo con l’outing. Sì: ho tifato Inter, sia nella notte di San Siro, sia in quella del Camp Nou, sia, naturalmente, in quella dell’Olimpico. Sono arrivato a trepidare per Milito, Balotelli, Zanetti e compagni nelle ultime tre settimane, condividendone lo stillicidio prodotto da questa continua alternanza di sorpassi e controsorpassi. Mi viene simpatico ormai perfino il portoghese, l’antipaticissimo Mou che, solo qualche mese fa, avrei visto volentieri penzolare dall’albero più alto. <em>Grazie Roma</em>, che ci hai fatto diventare simili al Cipputi di una celebre vignetta di Altan: cominciamo a pensare (e sentire) cose che non condividiamo neanche un po’. Qualche volta vacillo, è normale. Tipo quando mi viene in mente un rigore concesso dall’ineffabile Gonella a premiare un ignobile carpiato di Boninsegna nell’area azzurra. Zoff – testimoniò il giorno dopo il sommo Peppino Pacileo <em>‘ncopp ’o Matino</em> – ebbe lo sguardo attraversato da un lampo assassino. Non fosse stato ricondotto alla ragione da un provvidenziale placcaggio di Diddi Panzanato che ne intuì le intenzioni omicide, difficilmente sarebbe mai riuscito ad alzare la Coppa del Mondo. Tutto documentato dal fedelissimo binocolo cui il grande maestro di via Aniello Falcone, sottratto ad una sicura cattedra di letteratura tedesca dall’insana passione per il Ciuccio nostro, affidava la visione delle partite, altrimenti ostaggio di diottrie carogne. Più modestamente a casa mia, a rimetterci fu l’ennesimo transistor distrutto da mio padre all’urlo rauco di Ciotti (o era Ameri? Avevo sette anni, non ricordo). Mi sovviene spesso anche l’immagine del nebbione da paura che coprì un furto con destrezza di Giacintone Facchetti: una meta in piena regola – con un pallone recapitato nella nostra porta pro manibus, mentre quello con il quale si stava giocando la partita se lo contendevano a centrocampo Iuliano e Bedin – debitamente convalidata dall’arbitro di turno (Agnolin? Forse). Ma, intrepido, ricaccio indietro tutto. Anche la farsa dell’Olimpico di sette giorni fa. Ci può stare. Alla Roma sono stati fatti troppi sconti, ultimamente: ai suoi tifosi, si suoi  dirigenti, ai suoi calciatori, ai suoi (molto presunti) leader. E siccome si tifa soprattutto per contrasto (già me li vedo, i romanisti, godere per un’eventuale debacle nerazzurra al Bernabeu), sono disposto a bere l’amaro calice fino all’ultima goccia. Continuerò a tifare Inter per i prossimi quindici giorni. Poi, ognuno per la propria strada. Nemici più di prima, così facciamo salve la coscienza e la memoria storica, e s’acquieta pure Maria Wanda. E ancora <em>Grazie Roma</em>: anche questa va sul conto.
<strong>Massimiliano Amato</strong>

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