Io, romanista, vi racconto
il declino di Luca Toni

Un buon motivo per non scegliere Luca Toni? Basta chiedere ai tifosi romanisti. In meno di cinque mesi all’ombra del Colosseo, il bomber emiliano è riuscito a passare dall’invidiabile ruolo di salvatore della Patria al più completo anonimato. A fine dicembre, quando l’attaccante del Bayern si trasferisce nella capitale, Roma è in festa.  Perché Toni – Van Gaal lo ha appena cacciato da Monaco – raccolga attorno a sé tanto entusiasmo resta un mistero. Forse perché nella Città Eterna se lo ricordano ancora con la Coppa del Mondo in mano. Oppure perché è uno dei pochi giocatori italiani che ha avuto successo all’estero. Probabilmente perché a Trigoria di nuovi giocatori se ne vedono pochi (il club di Rosella Sensi è perennemente in bolletta). Fatto sta che in meno di una settimana la capitale ha già eletto il suo nuovo idolo. Sulle radio e nei bar è un continuo: «Finalmente una punta vera», «Non sarà giovanissimo, ma è uno che la mette sempre dentro», «Ecco il finalizzatore che ti fa vincere le partite». Qualcuno azzarda persino il confronto con Gabriel Omar Batistuta: l’attaccante argentino arrivato una decina di anni prima – anche lui ex viola e ben oltre le trenta primavere – artefice del terzo scudetto giallorosso.
Il giorno della presentazione, Toni gioca uno scampolo di partita nell’amichevole contro la Lodigiani. È poco più di un allenamento. Eppure dodicimila tifosi accorrono al Flaminio per vedere l’esordio della nuova punta. Roba che nemmeno quando arrivò Falcao. In campo Luca non fa granché. Anzi, non struscia una palla. Ma è giustificato: è appena arrivato in Italia, non è ancora entrato negli schemi di mister Ranieri. E poi ha rinunciato a un bel po’ di soldi per vestire la maglia giallorossa (circa un milione di euro). Una scelta che, almeno all’inizio, lo tiene al riparo da qualsiasi critica.
Il 6 gennaio iniziano i primi dubbi. La Roma gioca a Cagliari. Fino a dieci minuti dalla fine Totti e compagni gestiscono la gara in vantaggio di due reti. Poi Ranieri decide di buttare dentro Toni. Per la punta modenese è il grande rientro in serie A. L’allenatore non lo carica di troppe responsabilità. Deve sfruttare il fisico da corazziere che si ritrova. Tenere il pallone nell’altra metà campo, per evitare rischi alla difesa. E invece, in meno di cinque minuti, i sardi pareggiano. Da 0- 2 a 2-2. Colpa di Luca? No, certo. Ma qualcuno comincia a riflettere sull’utilità del suo trasferimento. Dieci giorni dopo, la carriera giallorossa di Luca Toni tocca il suo apice. In casa, contro il Genoa, l’ex Bayern segna una doppietta. I tifosi romanisti – inguaribili sognatori – sono convinti di aver trovato il bomber che cercano da tempo. Purtroppo per loro si sbagliano.
Una settimana dopo, a Torino contro la Juve , Toni scende in campo dal primo minuto. Prende il posto di Francesco Totti, che finisce in panchina. Una scelta tecnica che nella capitale assomiglia a una bestemmia. Per Luca si tratta della consacrazione. Dopo un minuto di gioco, invece, Toni si fa male da solo. Una lesione al polpaccio che lo terrà fermo un mese.
Quando torna, la magia è finita. Nel gioco difensivo di Ranieri, Luca ha il compito di tenere alta la squadra. Si piazza nella metà campo avversaria, raccoglie i palloni che piovono dalle retrovie. Prova a smistarli. A volte ci riesce, spesso si incarta da solo. I gol di rapina che tutti aspettano, non arrivano. Con la maglia giallorossa segnerà altre tre volte. Contro Livorno, Udinese e Inter. A Roma scoprono che il giocatore decisivo sotto porta apprezzato a Palermo e Firenze, è rimasto in Baviera. L’entusiasmo della gente piano piano svanisce. A dicembre in molti si erano domandati perché il Bayern si era privato di un giocatore del genere con un prestito gratuito. Ai primi di aprile la risposta è ormai chiara a tutti.
Toni non ha conquistato Roma. Ma non è tutto. È riuscito persino a non farsi chiamare in Nazionale. Meglio, nella Nazionale di Marcello Lippi (l’obiettivo che si era posto quando decise di trasferirsi alla Roma). La squadra azzurra che in Sudafrica difenderà il titolo conquistato quattro anni fa, sembra il reparto geriatrico di un ospedale. L’ex ct juventino ha puntato con convinzione sul (deludente) blocco bianconero. Gente come Fabio Cannavaro, che a trentasei anni suonati, dopo una stagione a tratti imbarazzante, non sa nemmeno se l’anno prossimo potrà tornare a giocare ( la Juve non gli rinnoverà il contratto). Bene, Luca Toni è riuscito a non farsi convocare nemmeno in questa formazione. E dire che le caratteristiche per essere arruolato dal Paul Newman versiliano ce le aveva tutte: trentatrè anni e una carriera in fase discendente. Oggi lo spilungone emiliano è un giocatore finito? Forse non del tutto. Ma di strada, sul viale del tramonto, ne ha già percorsa un bel pezzo.
<strong>Marco Sarti</strong>

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