Il calcio spiegato
con le dita

Stamattina arrivo a scuola con il piglio giusto: riposato, fresco e di buon umore. I ragazzi mi accolgono con l’indifferenza di sempre e con un insolito fragore. Sono distratti, la discussione è concitata. Capisco a volo: parlano di calcio. Non me ne intendo, ma sono ben disposto. “Vabbè, facciamo un gioco” dico conciliante. “Io faccio una domanda e voi mi date una risposta. Però così, come vi viene, senza pensarci sopra più di tanto. Siete pronti?… OK! “Qual è la prima cosa che vi viene in mente pensando al campionato appena terminato? Un’immagine emblematica, un’intervista, un gol, che ne so, una parata…”  “Neanche per sogno!” risponde Sandrino dalla prima fila. Il petto gli si gonfia. Ha un fiocco nerazzurro sul grembiule. “Niente è alla pari con il dito di Mourinho verso il cielo catalano nella splendida notte del Camp Nou!”.  La frase gli esce decisa, perfetta la pronuncia. Non è proprio quello che intendevo, ma non posso dargli torto. L’ho visto pure io al telegiornale e mi sembra giusto esultare dopo una vittoria. “Ma che staje a ddì?” risponde svelto Chicco alle sue spalle. “Vuoi mette cor pollicione der Pupone dopo er derby?”.  Eccolo lì, il solito burino caciarone. Ogni volta che parla mi viene voglia di bocciarlo. Mi faccio spiegare. Ad occhio e croce mi sembra un tantino antisportivo. Faccio per dirlo ma non mi riesce.
“Altro che pollice” dice Sandrino “Dovrebbe mettersi il medio in c…” lo fermo appena in tempo con la mano sulla bocca, ma è tutto inutile. In classe parte una risata collettiva. Volano carte, gessetti, penne e qualche smemoranda. Faccio una faticaccia immane per calmarli. Per convincere Chicco a stare al posto suo. E’ troppo esuberante ed un po’ bullo. Fosse per lui, verrebbe subito alle mani.
“Non son mica gesti che si fanno” dice una vocina un po’ più indietro. E’ Susanna, una signorina tutta compita. Ha lunghissimi capelli neri che spiccano sul bianco candido del grembiule. Negli ultimi tempi parla pochino, mi sembra un poco in soggezione. “Zebina, per farlo ai nostri tifosi, si è beccato uno scappellotto!”  “Artro ché. Un cazzotto glie dovevano dà a quer nero ‘nfame!” interviene ancora Chicco.  “Basta così! Ho capito. Con voi non si può giocare. Ma poi, il calcio non si gioca con i piedi? E cosa centra questa storia della dita?  “Lo sa che Ronnie ne ha soltanto due?” mi fa Silvietta tutta sorridente, mentre fa un gesto strano con il mignolo ed il pollice della mano a simulare, mi spiegano, l’esultanza di un fuoriclasse brasiliano. Quello con i denti di fuori che sembra Bugs Bunny con la parrucca di Bob Marley.  “MAESTRO, guarda qua!” urla Armandino dall’ultima fila e mostra un dito indice tutto infagottato.  “Oddio, e tu che cosa hai combinato?” chiedo un tantino impressionato. Ha l’aria da macchietta, una faccia come un palloncino e continua a masticare patatine. Mentre parla sputacchia dappertutto sui compagni.  “No’tti preoccupare. Potta fottuna! Ce l’aveva pure il mistèr Mazzarri nella pattita col Bari e c’abbiamo dato due pappine!”  Non ho capito, ma non ha importanza. Suona la campanella e il trillo mi rimbomba nella testa. Sono esausto. Penso che è giunta l’ora di staccare. Ancora pochi giorni e poi si parte. Tornerò più disteso e preparato i primi di settembre, ammesso che mi rinnovino il contratto. Meglio che non ci penso adesso, meglio che lo rimando sto dilemma. Però, se mi va bene, quest’altr’anno, giuro che tolgo il calcio dal programma.
Gianluca Maria Marino

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