“Scappato dalla Guinea
sogno il San Paolo”

“I miei preferiti? Lavezzi, De Santis e Quagliella, Quagliallollo, non mi viene, sì, Quagliarella..”. E ride, avvolto nella felpa del Napoli appena ricevuta in dono dal "Napolista". La indosserà con orgoglio fino al momento di andare a dormire, quando nelle stanzone del dormitorio di San Saba, a Roma, si spegneranno le luci sulle decine di immigrati, rifugiati ed esuli politici, che in Italia hanno trovato riparo dalle persecuzioni di Paesi dove la democrazia è utopia e la politica si fa con le armi alla mano.
Aboubacar Conde, 43 anni, si considera napoletano, ma viene da lontanissimo, dalla Guinea Conakri, Africa occidentale, tra la sorgenti dei fiumi Niger, Senegal e Gambia. Tifa Napoli da quando giocava a calcio come difensore in una squadra di serie B del suo Paese, sul finire degli anni Ottanta: il suo modello era Thuram, il suo idolo Diego Maradona, che in quegli anni con la maglia azzurra faceva proseliti anche negli angoli più remoti del pianeta. Aveva una vita normale, una famiglia, una laurea da commercialista, un lavoro da contabile, aveva il calcio come hobby e la politica come passione. Tutto fu spazzato via, agli inizi del 2007, dall’avvento di una dittatura militare che per mesi seminò il terrore nel Paese: persecuzioni, epurazioni, omicidi. Un destino segnato, per Aboubacar, che decise di scappare per salvare la pelle, ma lasciò dietro di sé tutto: “Una moglie, due figli, di 10 e 14 anni, il mio lavoro, il calcio, gli amici. Per tre anni non ho sentito nessuno della mia famiglia, oggi posso chiamare mia moglie e i miei figli una volta al mese. Il mio sogno è avere un buon lavoro che mi consenta di portarli in Italia, non chiedo altro. In Guinea credo che non potrò più tornare, per me lì è troppo pericoloso”, racconta con dignità.
Nel Centro Astalli dell’Aventino convive con afgani, iraniani, iracheni, africani, tutti accomunati da straordinarie storie di ordinaria violenza che si consumano, ancora oggi, nei loro paesi d’origine. Nella sala tv guardano partite, mangiano, discutono di calcio, si prendono in giro come italiani doc, tra milanisti, juventini, romanisti, interisti… Aboubacar lì è l’unico che tifa Napoli, ma si fa sentire, eccome.
E’ informatissimo su tutto ciò che riguarda in ragazzi di Mazzarri, sogna di vedere una partita al San Paolo, di visitare un giorno la nostra città, e trascorre ore a parlare di Lavezzi e Quaglialollo con Padre Giovanni, del Centro Astalli, napoletano d’origine e tifoso mai domo: “Appena sono arrivato in Italia è stato lui ad accogliermi, a darmi una mano. E già gli ero riconoscente. Ma quando mi ha detto che era di Napoli è nato un feeling ancora più forte. Lui è tifosissimo, io lo ero già, figuriamoci. Ieri mi ha interrogato: Aboubacar, mi ha chiesto, che ha fatto il Napoli domenica? E io: padre, due, due, Lavezzi, Lavezzi…”.
Il responsabile del dormitorio di San Saba, Riccardo Rocchi, a sua volta legato sentimentalmente a Napoli, gli sistema la felpa e lo piazza davanti alla cartina geografica per la foto. “Qui mi sento a casa”, spiega Aboubacar, che ha militato anche nella formazione dei rifugiati politici, la Liberi Nantes (che gioca un campionato di terza divisione), per poi diventarne la mascotte. “Oggi mi diverto a vedere le partite del Napoli, è una squadra che gioca bene, diverte e si diverte, mette allegria. Io amo la vostra città, anche se non l’ho mai vista, eppure qui mi chiamano il napoletano…”. L’idea del “Napolista” è di portarlo al San Paolo per una partita del Napoli, ma se con le nuove regole sulle tifoserie è difficile per un tifoso non campano acquistare i biglietti, lo è ancor di più per chi come documento ha solo un permesso di soggiorno. Ma uno che dalla Guinea è arrivato da solo, con coraggio, fino al centro di Roma, prima o poi varcherà anche i cancelli del San Paolo, statene certi.
<strong>Luca Maurelli</strong>

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