‘Nce ne costa lacrime Parigi

Un boato faceva tremare le pareti di casa. Fino a un anno e mezzo fa era così nella casa al centro storico, a pochi passi da quella piazza Bellini, casa dei Mastiffs, quando il Napoli segnava, o sfiorava solamente il gol. Oppure al bar di piazzetta Miraglia, dove soprattutto nelle serali si riunivano i napolisti che non erano andati allo stadio, non avevano Sky/Mediaset o semplicemente avevano voglia di consumare quel rito collettivo di 90 minuti.
Un anno e mezzo fa: un’eternità. Poi ci si sente un po’ come Troisi, emigrante! Al Castel dell’Ovo si sostituisce la Tour Eiffel, il Vesuvio è Montmartre con il Sacro Cuore a dominare la città, alle pagine sportive sul calcio si sostituiscono quelle sul rugby, insomma a Napoli si sostituisce Parigi e tutto cambia.
L’emigrato si deve arrangiare. È la condizione che colpisce chi cambia città. Il salumiere si smembra. Il panificio da una parte e il supermercato dall’altra, le birre primaverili seduti in piazza col sole in faccia si tramutano in un interno con riscaldamento anche quando la primavera ufficialmente è arrivata, lo schermo del pc, poi, si sostituisce alla tv. E il Napoli? Ecco, il Napoli…
Il Napoli si trasforma, si spixellizza, si rimpicciolisce, è più colore che viso, mani, gambe e quella cosa bianca che intravedi è il pallone. La telecronaca perde le parole usuali, i suoni si modificano e diventano incomprensibili: cinesi, polacchi, arabi o se va bene spagnoli e portoghesi (neanche la fortuna di beccare i cugini francesi). Vivi dai due ai quattro minuti di ritardo e pensi che hai sempre odiato le differite. Fai attenzione a non capitare per caso su qualche sito coi risultati in diretta, e se per caso in tv passa la Ventura alzi il volume del pc o cambi stanza.
Il Napoli perde il suo pregio di collettività, quello che caratterizza proprio la città e che qui assume i connotati di una delle città più belle del mondo ma probabilmente una delle più fredde, appunto. La partita diventa rito individuale (sebbene non sempre sia un male), o al massimo un rito skype con l’altro tifoso del gruppo.
Io ci ho provato, lo giuro. Ho provato, proprio per il Napolista, a cercare qualche posto in cui i napoletani parigini si riunissero per vedere questa benedetta partita. Un luogo di ritrovo, un Napoli club, come succede per altri club, leggi Inter, ad esempio. Niente, rien à faire (speriamo che il Presidente o la dirigenza leggano il Napolista). L’emigrante la partita se la guarda così e forse la passione aumenta – se possibile – assieme allo sforzo che fanno gli occhi per distinguere un azzurro dall’altro. Ne perdi in diottrie, certo!, ma ne guadagni in tifo. E il tifo cresce, l’Europa è lì, anche dopo l’infortunio col Parma e forse è l’unica occasione per vedere nettamente Lavezzi, Quagliarella il bomber Hamsik, da queste parti.
Due sono le fortune, però. YouTube che ci ridà, puntuale, dopo qualche minuto, le telecronache di Alvino e Auriemma, quelle che più parziali non si può – la regola numero uno dell’emigrante è che quando vivi lontano dalla tua città ti si scatena un campanilismo che fai fatica a contenere. La seconda è lui. Sì, lui, l’amico-collega juventino. Quello che quando Hamsik la mette dentro al Comunale cominci a pensare a come ricordarglielo il giorno dopo, quando, al suo ingresso, nello stupore generale dei colleghi parigini, ti ritrovi ad ascoltare e cantare a squarciagola a tutto volume “Quel ragazzo della curva B”!
Francesco Raiola

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