L’infanzia di un milanista
tra gli emigranti napoletani

“Io non posso dormire?”. “E perché?” “Perché ho paura che muoio”.
Capita che il terrore atavico dei cinque anni, nel cuore della guerra napoletana di un San Silvestro, ti riporti improvvisamente al bimbo che era stato tu, 25 anni prima.
Un bimbo milanese e milanista, un piccolo padano cresciuto in un’enclave napoletana, piazzata a undici chilometri in linea d’aria dalla Madonnina e dalla Scala. Un capodanno, dovevo avere sei o sette anni, quei bravi ragazzi là sotto si son fatti prendere un po’ la mano: e un “pallone di Maradona” ha buttato giù le quattro vetrine del minimarket della via.
L’immensa periferia espansiva degli anni settanta e ottanta era così: imprevedibile, anarchica, brutta come l’eroina o bella come una pubblicità. Se nascevi setti chilometri più a nord stavi a Milano2, col Lago dei Cigni e tutto il resto; se crescevi dove son cresciuto io ti ritrovavi a sentire parlare milanese in casa e napoletano in strada, all’asilo o all’oratorio. Una via stretta e buia, dei parchetti “attento alle siringhe, attentissimo”, e neanche un prete per chiacchierar. E poi succedeva d’impazzire per Gullit, ma tutto attorno esisteva solo Diego. E dieci giorni dopo la tua prima Comunione, capitava addirittura, in rimonta sul Napoli di Diego, di vincere il primo scudetto dell’era di Silvio, e della tua fortunatissima vita di tifoso. Ma a scuola l’esultanza andava calcolata bene: nei tempi, nei modi, soprattutto nella compagnia. “Van Basten” si poteva dire, insomma, ma piano piano.
Poi sono scesi da Varese, ci hanno spiegato che dovevamo essere “padroni a casa nostra” e han convinto molti di noi. E basta andare a San Siro a vedere Napoli-Milan, sentire l’eccitazione elettrica che corre per la platea quando Pocho punta Favalli, per capire che no, padroni a casa “nostra” non siamo diventati. Oltre che qualche radice, piccola ma incastrata in profondità, di una storia politica che ha fatto l’abbonamento al successo.
Jacopo Tondelli

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