In Italia il Vaffa
non è uguale per tutti

Viviamo in uno strano Paese in cui se Quagliarella manda aff… l’arbitro si becca tre giornate di squalifica, se un politico fa altrettanto con un collega, in pieno consiglio comunale, viene assolto dalla Cassazione, mentre se a un privato cittadino scappa un “vaffa” a un incrocio stradale si becca un ceffone, magari pure una coltellata se quel semaforo non è a Ginevra. Qui da noi il “vaffa” è un’opinione, più che un insulto, questo è certo. Viviamo anche in un Paese nel quale dare del “negro di merda” a un senegalese, per strada, non vale una condanna di razzismo a un commerciante di Treviso perché la Cassazione (è roba di qualche giorno fa) lo considera non insultante ma solo passibile di ammenda da 250 euro. Lo stesso Paese in cui si minaccia di chiudere gli stadi se i “buuu” piovono all’indirizzo di un calciatore italiano dalla pelle nera italiano (Balotelli) ma ci si indigna meno se quei cori li riservano a un calciatore più o meno altrettanto scuro ma con passaporto olandese (Seedorf). E’ lo stesso Paese in cui una squadra come l’Inter minaccia di ritirare la squadra per i cori razzisti a Balotelli e non s’indigna per i tanti striscioni che negli anni sono apparsi in curva come benvenuto ai napoletani “colerosi”. Oggi in questa strana città che è Napoli, in questo strano Paese che è l’Italia, siamo alle prese con il caso Quagliarella, colpevole di aver rivolto tre “vaffa” all’arbitro e un “sei vergognoso” a corollario di un sabato isterico del bomber azzurro. Noi tifosi un po’ ci siamo incazzati con lui, un po’ lo abbiamo assolto, ma oggi siamo tutti uniti nel dire che tre giornate sono davvero troppe. Cerchiamo di essere obiettivi, stavolta. La giustizia sportiva condanna quel tipo di insulto all’arbitro, talvolta perfino il semplice gesto. Il paradosso, però, è che il rettangolo di gioco è considerata una zona extraterritoriale rispetto allo Stato di diritto, perfino nella valutazione degli insulti. La Cassazione, nel 2007, con sentenza n. 27966, a conclusione di un iter giudiziario iniziato per una rissa verbale nel consiglio comunale di Giulianova, lo mise nero su bianco: «Vi sono delle parole e anche frasi che, pur rappresentative di concetti osceni o a carattere sessuale, sono diventate di uso comune e hanno perso il loro carattere offensivo, prendendo il posto, nel linguaggio corrente, di altre aventi significato diverso che invece vengono utilizzate sempre meno». E il linguista confermò: «La sentenza è aderente alla realtà», disse Michele Cortelazzo, docente di grammatica italiana. «Oggi il “vaffanculo” non è che una espressione per indicare un moto di stizza e quindi non ha più carica offensiva». Per tutti, ma non per il signor Romeo. Che avrà anche le sue ragioni, ma che forse ha ecceduto nella “reazione”. Perché in campo se l’è presa di brutto, ma a un semaforo non avrebbe fatto altrettanto: la legge italiana, a differenza di quella sportiva, non tollera gli eccessi di permalosità.
Luca Maurelli

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