Il Napoli di Mazzarri
ha preferito il pareggio

Se si pensa alla Champions, il pareggio vale meno di un punto. Zero. Se De Laurentiis vuol davvero orientare il Napoli in una proiezione europea, può riflettere sul pigro sabato romano. Gli offre tre interrogativi per il futuro. Questa squadra ha mentalità vincente? Mazzarri è in grado di trasmetterla? Diventerà grande, mettendo Hamsik in vendita? È FACILE dire: ieri il Napoli doveva vincere. No, poteva vincere, e non ha osato. Dopo 70 minuti, fallito il cambio Rocchi-Zarate, in calo persino Ledesma, solo Rocchi a governare la ciurma laziale, il Napoli non ha neanche tentato un cambio. Ne aveva ancora due. Utili. Uno per potenziare e riordinare il centrocampo: Cigarini al posto di Gargano che, firmato un polposo contratto, sembra illanguidirsi. L’altra sostituzione avrebbe schiacciato la Lazio, già in affanno. Che fine ha fatto Denis? Non era l’attaccante poderoso che si esaltava nei finali, quando la sua bassa mobilità era compensata da ritmi più blandi e distanze più larghe? Il secondo tempo di Roma registra una inversione, oltre che un calo di tensione. Al contrario delle altre partite, quando nella ripresa il Napoli si gonfiava elevando la velocità, non ha avuto un solo sussulto. Ha conservato la sua velocità di crociera. Domina invece se impone il sovraritmo. Lo dimostrano le ultime tre gare, un pareggio e due vittorie. Perché ieri non ha accelerato? Se sono esemplari per applicazione tattica e affidabilità Grava, Cannavaro e Pazienza, tre dei migliori in campo, lasciano perplessi i più quotati. Quagliarella, dopo tutta l’ira mimata l’altra domenica contro chi lo ha talvolta criticato, si è distinto per un sublime assist. Hamsik lo ha suggellato con un altro prodigio balistico. Quel passaggio attribuisce a Quagliarella un giudizio di sufficienza, ma un attaccante della sua quotazione può essere solo sufficiente e distinguersi per un lampo di genio in una intera partita? I campioni hanno genialità e continuità. La sostituzione di Quagliarella o di Lavezzi, ieri più smorfioso che incisivo, sarebbe stato un atto di giustizia per Denis ed una scossa per i due titolari un po’ distratti.
Mazzarri ha invece preferito sdraiarsi su un pareggio che, visti i risultati, lascia molti rimorsi. Già, la Champions. Inutile ripetere che è un «obiettivo non dichiarato». Non c’è nessun atto notarile che obblighi il Napoli a centrarlo.
Ma il calcio è fatto di sogni e di opportunità. Anche Ranieri non ha annunciato lo scudetto nel rilevare una Roma in crisi, ora lo sta sfiorando. Neanche Delio Rossi, ieri sconfitto, ha promesso la Champions. Ma è più avanti del Napoli che non osa nulla per vincere.
Contro il Milan, quasi per caso, ha scoperto il vero ruolo di Campagnaro. È esuberante, ha falcata progressiva e cambi di marcia, buon dribbling in velocità, discreto tiro. Un giocatore di propulsione che il Piacenza, appena arrivato in Italia, travestì da difensore, avendo l’allenatore Cagni un ruolo scoperto. Ma Campagnaro nel Deportivo Moròn giocava da quarto a destra in un 4-4-2. Il successo di Milano lasciava pensare ad una conferma nel ruolo di esterno. Contro il Catania la squadra ha perso un tempo con Campagnaro in difesa e il destro Zuniga esterno sinistro. Nel secondo tempo, Campagnaro restituito alla sua vocazione, ha firmato la seconda vittoria consecutiva.
Mazzarri l’ha di nuovo riportato accanto a Cannavaro. Neanche quattro minuti, e Campagnaro mollava Floccari, lasciandogli segnare il gol laziale. Il malanno al ginocchio di Maggio, ha rimesso in ordine il Napoli: Rinaudo nel suo naturale ruolo di centrale difensivo, Campagnaro finalmente trasferito sulla fascia sinistra, il tuttodestro Zuniga sulla destra.
Soffocare Campagnaro in un ruolo che gli va stretto è puro autolesionismo, inchiodare Zuniga su una fascia non sua, lasciare in panchina Rinaudo che di testa svetta in area e migliora il Napoli sulle palle inattive, sfiora l’autolesionismo. Il terzo interrogativo investe la società. In settimana è rimbalzata da Londra una voce su Hamsik.
«Mandato a vendere in Inghilterra per 35 milioni». Non conta sapere se è vero, ma è più interessante registrare che non vi sia stata una immediata smentita. Non solo il gol di ieri, una pennellata da pittore impressionista, rafforza il partito del no. I grandi club sono come musei, insegnava Florentino Perez, presidente del Real Madrid. Non cedono mai i pezzi migliori. Avete mai sentito che il Louvre mette all’asta un Van Gogh, un Gauguin, un Cézanne?
Antonio Corbo

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