Grazie di tutto Edy,
fu una vigliaccata

“Grazie di tutto, Edy. Ti hanno fatto una vigliaccata”. A quell’sms non ho mai ricevuto risposta. Ma una spiegazione me la diedero subito i bene informati: “Tra l’altro, è anche tirchio”. Era il giorno dell’esonero di Reja, il 10 marzo 2009, dopo undici partite senza vittorie e un girone di ritorno disastroso. Era il giorno in cui si il signor Malaussène, il capro espiatorio dei romanzi di Daniel Pennac, assumeva le sembianze di un fiero goriziano dalle tempie grigie che qualche mese prima aveva portato il Napoli in cima alla classifica, dopo cinque anni di lacrime e resurrezioni. Tirchio era l’aggettivo meno offensivo che improvvisamente la città dei cuori ingrati gli riversava addosso. Moscio, indeciso, confuso, triste, vecchio, paranoico, bollito. Andava bene tutto, perché alle porte c’era l’uomo della provvidenza, Roberto Donadoni. Lui, sì, giovane, tosto, deciso, e soprattutto allegro…
Mi legava al mister goriziano affetto e riconoscenza sincera. Il suo numero lo avevo avuto da un collega, ma ora che ci penso quel messaggio potrebbe essere finito sul telefonino di chiunque, forse l’amico se l’era inventato per non deludermi, forse ancora oggi c’è qualcuno che si chiede chi e come lo aveva tradito. E soprattutto, chi cazzo era quello che lo ringraziava.
Mi piace però pensare che il giorno dopo, in conferenza stampa, quando Edy parlò dei tanti attestati di stima ricevuti dai napoletani, si riferisse proprio a me. Ma una cosa è certa: Napoli festeggiò quell’addio. Ed Edy Reja non era un tirchio. Posso provarlo.
Mia nonna, friuliana trapiantata a Napoli, era nata a trenta chilometri dalla città d’origine di Reja, su un pizzo di montagna al confine con la Slovenia, Oblizza, in cui oggi vivono 47 persone, tutte anziane, forse già drasticamente diminuite mentre scrivo. Di soldi gliene ho visti dilapidare tanti, ai tavoli da gioco, nei negozi più eleganti del Vomero, per le sigarette più costose, le temutissime “Peer”, famose per la coltre di nebbia scura e minacciosa che circondava chi osava addirittura fumarle. Certo, la brillantezza della mia nonna friulo-partenopea non era una prova, ma a me appariva un indizio: qualcosa non tornava, mi sembrava chiaro che stava iniziando la demolizione dell’uomo che ci aveva portato fuori dall’inferno della serie C. Ne ebbi conferma quando mi trovai quasi da solo a sostenere che quell’esonero era stato un schiaffo ingeneroso, vile e soprattutto inutile. Oggi sappiamo che fu anche dannoso. Perché se gli avessero consentito di finire il campionato forse non sarebbe arrivato Donadoni, ma soprattutto avremmo avuto da subito Mazzarri. E a quest’ora saremmo stati sopra la Roma, vicino all’Inter, incollati al Milan.
Forse, mister, ma è acqua passata, “Vivìnt s’impare a vivi”, direbbero dalle “nostre” parti. Perché il calcio è suggestione. E prima o poi, speriamo più poi possibile, daranno del tirchio anche a Mazzarri.
<strong>Luca Maurelli </strong>

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