Pomigliano ha battuto il Lingotto

Quel gol, quella magia, a distanza di 25 anni, ce l’abbiamo un po’ tutti ancora negli occhi: la punizione a due nell’area della Juventus, l’abracadabra col sinistro di Diego Maradona, Tacconi che crolla a terra sotto la pioggia, mentre la palla danza come una trottola sotto al sette. Correva l’anno 1985, e a sfidarsi erano il Napoli di Maradona e la Juve di Michel Platini (allenava Trapattoni); pare un secolo.
Ma oggi come allora c’è una malìa che strega questa sfida, difficile considerarla una classica. Piuttosto un duello allo specchio: Nord contro Sud, testa contro cuore, il Lingotto contro Pomigliano d’Arco, l’algida aristocrazia del calcio contro una plebe brutta, sporca e cattiva che avrebbe conquistato il Paradiso, ma avrebbe poi pagato a caro prezzo tanta <em>hybris</em>. L’incantesimo di Napoli-Juve è tutto in questa alchimia, come se un dispettoso Cagliostro si divertisse sempre a giocare con queste due squadre, mescolandole, arruffandole, schierandole come due plotoni di soldatini che scoprono nel fango di non essere poi così diversi.
Quanti bianconeri passati a Napoli come Omar Sivori e viceversa come Jose Altafini, traslocati dalla nostra città a Torino (perfino Zoff nacque calcisticamente da queste parti). Oriundi, mezzosangue, gente di confine, genio, polmoni e garretti. Campioni. Come Fabio Cannavaro e Ferrara, uno che o’ miracolo lo ha visto coi suoi occhi da ragazzino, quando Diego si allenava con lui. Storie di sofferenza, anche. Ciro che non riuscì ad allenare il suo Napoli. Strani incroci. Come Lippi che si è seduto sulle due panchine. La smorfia dei doppi, i fratelli Cannavaro.
Partita bastarda, bifida, anfibia. Anche quando ci regala l’estasi, come giovedì sera. Certo, adesso è più facile, con questa Juve piegata, umiliata, ci siamo concessi il lusso perfino di sbagliare un rigore. Ma la maschera della nostra gioia, quando giochiamo coi bianconeri, ha sempre uno sberleffo di malinconia, come Totò, come Eduardo. Perché il Napoli è l’unica squadra che svela la miseria di ogni nobiltà, la pastafrolla in cui si sbriciola ogni solidità, ogni sicurezza, ogni arroganza. Del Piero in panchina, mentre quei tre scugnizzi selvaggi di Hamsik, Quagliarella e Lavezzi spezzavano in tre, come gli ziti, e reinterpretavano quella magia di Maradona, 25 anni fa. Negli occhi di Pinturicchio ieri, come in quelli di Platini, mentre Diego accarezzava la palla in rete, lo stesso magone. Nello specchio festoso del San Paolo, lo stesso sortilegio. Quello di piccoli che si fanno grandi, di fratelli che si scontrano, di ex che tornano, di duelli invisibili. Di un’Italia che non è più divisa in due, ma ha una ferita dentro che l’attraversa da parte a parte. Che pizzica di più quando la gioia è più forte, incontenibile. Il morso che ho sentito ieri, che ho provato in quel dicembre di tanti anni fa, quando anche il cielo piangeva di felicità.
<strong>Riccardo Villari</strong>

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