Delneri, l’ispettore Clouseau che parla in dialetto friulano

Storia e appartenenza, il modo per rivitalizzare l’Udinese: Luigi Delneri ha perso molte occasioni in carriera, oggi sembra aver trovato la miglior dimensione.

Delneri, l’ispettore Clouseau che parla in dialetto friulano

Capolavoro Chievo

Baffetto leggero, faccia lunga e mento pronunciato. Luigi Delneri, l’ispettore Clouseau del calcio italiano (anche per la somiglianza con l’attore che lo interpretava: Peter Sellers) è tornato in Serie A il primo dicembre del 2015, sulla panchina del Verona, dopo due anni di astinenza. Una scommessa persa in partenza con gli scaligeri condannati alla retrocessione, una rosa incompatibile con il suo classico 4-4-2 ma sopratutto lo sgarbo al Chievo.

E sì, quando dici Delneri non puoi fare a meno di pensare al miracolo calcistico dei primi anni 2000 di una provinciale partita dalle serie minori e finita in eurovisione. Di una squadra operaia caratterizzata dall’assenza di nomi altisonanti che relegava il suo numero dieci in porta: «Quel che è successo ai tempi del mio Chievo è e rimarrà sempre un capolavoro calcistico. Il Leicester di Ranieri ricorda un po’ la storia di quel Chievo. La conquista dell’Europa allora valse un po’ uno Scudetto».

Il posto giusto, nel momento sbagliato

“Anìn, anìn varìn fortune” in dialetto friulano, almeno per Delneri, significa andiamo avanti che il lavoro ci premierà sempre. Il dialetto per l’allenatore di Aquileia è una costante, sinonimo di appartenenza orgogliosa: «L’essere friulano mi ha aiutato nella mia carriera. Saper tener duro è sempre stata una mia qualità». Ed il lavoro l’ha premiato con le chiamate importanti di Porto, Roma e Juventus. Peccato però, che come l’imbranato ispettore francese di polizia Clouseau, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato: «Rimpianti? Essere andato in club importanti nei momenti sbagliati. Al Porto cambiarono 5 allenatori in poco tempo, la Roma era in fase di ristrutturazione e la Juve… Stavano ricostruendo, a gennaio eravamo terzi in classifica e poi ci furono parecchi infortuni. Ho ancora ottimi rapporti con la dirigenza bianconera».

Le occasioni sprecate però non hanno scoraggiato il tecnico friulano che, rimboccate le maniche al suo immancabile 442, si è rimesso in carreggiata con Atalanta prima e Sampdoria poi. Proprio con i doriani, con la coppia Pazzini-Cassano, il suo tantra calcistico (definito da molti scolastico) si è arricchito di talento.

Tifoso, allenatore

Con l’Udinese, almeno su carta, il 4-4-2 non c’è più. Al suo posto un moderno 4-3-3. Se per farsi capire Delneri ha rinunciato al suo credo calcistico, lo stesso non è avvenuto per il dialetto. Con una rosa di 24 giocatori stranieri su 28, nello spogliatoio ed in campo si parla friulano. Una scelta semplice, naturale, per rilanciare un ambiente che sembrava ormai assuefatto da stagioni tutte uguali, tutte anonime.

Una scelta che si ingigantisce ancor più se pensiamo al modello Pozzo, plusvalenze sfruttando la manodopera a basso costo di calciatori stranieri, attivo da anni «Perché uso il friulano? Il rapporto comunicativo con la gente è importante, alle volte con il friulano è tutto più immediato, rende meglio le mie idee. L’Udinese è dei friulani e il friulano è la sua lingua. Quando i tifosi mi fermano mi parlano in friulano e li vedo contenti di questa cosa. Sentono la mia forte appartenenza. Io sono un tifoso dell’Udinese ancor prima di essere l’allenatore. Quando si perde sento la sconfitta più di ogni altro allenatore».

[Le dichiarazioni di De Lneri sono tratte da: Ansa.it, tuttomercatoweb.com e tuttoudinese.it]
Tommaso Lupoli ilnapolista © riproduzione riservata
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