Condò “usa” Mourinho e Guardiola per spiegare quanto conti l’universo mediatico nel calcio

Formalmente è un romanzo, invece è la nuda e cruda cronaca della realtà ovvero di che cosa sia il calcio oggi e di quanto conti la comunicazione.

Condò “usa” Mourinho e Guardiola per spiegare quanto conti l’universo mediatico nel calcio
Barcellona-Inter: quando Mourinho, dopo l'espulsione di Thiago Motta, andò a sussurrare qualcosa all'orecchio di Guardiola.

Il debutto di Ridley Scott

Sul rapporto tra Guardiola e Mourinho è stato scritto molto, probabilmente tutto. È uno scontro che non può essere interpretato secondo i canoni tradizionali. Travalica il rettangolo di gioco e mostra i suoi aspetti più interessanti in altri ambiti, dalla comunicazione alla psicologia. Una battaglia bella ed intensa che, nel racconto, assume le forme di un poema epico o di un set cinematografico. Quest’ultima è la chiave di lettura scelta da Paolo Condò per il suo primo libro –  Duellanti [Baldini&Castoldi, 16 euro]. Il titolo s’ispira al film di un debuttante Ridley Scott in cui si racconta dell’incontro tra un primo ufficiale inviato dal comando dell’esercito napoleonico ed un prigioniero reo di aver preso parte ad un duello.

In realtà ciò che consente all’autore di traslare la storia dei due ufficiali su Mourinho e Guardiola «è l’interazione delle personalità». Uno è «algido, nobile superiore e distante come Guardiola». L’altro è «orgoglioso, tignoso, sanguigno ed eccessivo come Mourinho».

Condò per analizzare il duello si focalizza su quelli che lui definisce i 18 giorni ruggenti – dal 16 aprile al 3 maggio 2011 – in cui i due contendenti si affrontarono nel clásico per quattro volte: due in Champions League, una in campionato e nella finale di Copa del Rey.

La guerra la vinse Guardiola 

Banalmente si può ritenere che nel complesso la guerra in campo fu vinta da Guardiola – la Liga era praticamente chiusa e il Barça passò il turno in Champions – nonostante la battaglia nella coppa nazionale a favore dalle merengues. Banalmente, perché nonostante sia un mourinhista impenitente, sul campo di gioco Guardiola è stato superiore al tecnico lusitano, ma nei mind games, nella capacità di manipolare media e giocatori, nell’efficacia e nella forza comunicativa, Mourinho è «el puto jefe, el puto amo».

Mourinho è accorto, molto accorto

Il portoghese nonostante appaia come una miscela di sicumera ed arroganza, è più accorto ed attento di quanto sembri. Contro Guardiola sceglie di giocare “una partita nella partita” – inconfessabilmente ed intimamente conscio della forza tecnica dei blaugrana – sposta l’attenzione su un altro piano, infatti «attacca, provoca, polemizza perché è nella sua natura, ma anche e soprattutto perché deve sottrarre al Barça ed al suo tecnico quello stato di quiete nel quale il binomio catalano diventa imbattibile. Più la contesa assomiglia ad un duello col fioretto, meno possibilità ha il Real di sovvertire il pronostico», mentre «Guardiola lo soffre perché ad un fabbricante di universi come lui la resistenza del fattore umano, e in modo così molesto poi, risulta un intralcio quasi ingestibile».

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Il 70% del lavoro dell’allenatore del Barcellona è extra campo

Si è forse commesso spesso l’errore – indotto o no – di focalizzarsi su Mourinho degradandolo a teatrante, un incrocio tra una maschera pirandelliana e l’assurdo di Ionesco. In realtà l’attuale tecnico del Manchester United ha fatto propria l’equazione di Charly Rexach, vice allenatore di Johan Cruyff ai tempi del Barça, ovvero che «solo il 30% del lavoro di un tecnico blaugrana si svolge sul campo e la squadra. Il restante 70% consiste nel governare il mondo giornalistico, politico e manageriale che circonda la squadra. L’Entorno, per usare una famosa definizione di Cruyff».

Mourinho, ed è un dettaglio da non dimenticare mai, dal 1996 al 2000 è stato al Barcellona come secondo, prima di Bobby Robson e poi di Van Gaal. Una lezione che ha imparato alla perfezione. Mentre Guardiola – pur non risparmiando stilettate e risposte salaci – non è a suo agio in questi tipi di confronti.

I diversi livelli di lettura del libro di Condò

Ci sono diversi modi di leggere il libro di Condò, un romanzo incalzante ed appassionato. Il più semplice – lo ripetiamo –  è quello di concentrarsi sulla rivalità calcistica tra Guardiola e Mourinho o sull’interrogarsi chi sia più forte tra Barcellona e Real Madrid, tra Leo Messi e Cristiano Ronaldo. Aspetti indubbiamente interessanti, ma rimandano a quel proverbio secondo il quale «i cani abbaiano e la carovana passa». È invece utile – in particolare per i tifosi del Napoli, ma in generale per tutti i genuini appassionati di calcio – osservare in controluce il volume, non fermarsi alle apparenze ed attendere che la polvere si depositi.

Ettore Messina e i media di Madrid

Se era pensabile negli anni ‘80, ed era comunque sbagliato, trascurare l’impatto dei media e della comunicazione, oggi equivale ad essere condannati all’irrilevanza. Non basta comprenderli questi fenomeni, ma bisogna essere in grado di governarli e non essere succubi. È ovvio che le risorse e la capacità d’influenza variano – da società a società, da allenatore ad allenatore, da giocatore a giocatore – e che soprattutto los periódicos de Madrid sono un unicum. «Sono stato a pranzo con Ettore Messina [ai tempi tecnico della squadra di basket del Real, ndr]. Secondo lui la stampa di Madrid spera sempre che il Real non vinca, e devo dargli ragione» – ma sul rapporto tra i media, club e mondo del calcio Condò argomenta:

Ma davvero esistono giornalisti che sperano nel fallimento della squadra che fa vendere copie o accendere televisioni? Quando si parla di un club piccolo la risposta è no, perché ogni vittoria porta ai cronisti nuovi spazi, nuovi viaggi, nuova popolarità. Può essere diverso il discorso in una “grande”, seguita generalmente dai cronisti migliori, quelli che girano a prescindere dai risultati e che hanno modo di provare il loro valore solo se il contesto si fa difficile. Quando una squadra vince, tutti esaltano l’ambiente e il gruppo, e l’appiattimento festoso livella le differenze fra gli articoli. Quando una squadra perde, invece, polemiche, rabbie e retroscena imbandiscono la tavola cui i cronisti si siedono, e sul giornale diventa facile distinguere chi possiede l’agenda migliore.

Il libro di Condò formalmente è un romanzo, ovvero secondo la definizione del dizionario: Vicenda che per il suo carattere insolito, avventuroso o avvincente sembra creata dalla fantasia di uno scrittore”. Sembra invece perfettamente la nuda e cruda cronaca della realtà – senza infingimenti – ovvero “carattere di ciò che esiste effettivamente”.

Alfonso Noël Angrisani ilnapolista © riproduzione riservata
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