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The Young Pope non crede in dio. Nemmeno Voiello crede nel Napoli

Sorrentino affronta il tema dell’assenza caro a noi tifosi di una squadra che è troppo impegnata a dover dimostrare di esistere per riuscire a vincere.

The Young Pope non crede in dio. Nemmeno Voiello crede nel Napoli
The Young Pope

La prima frase che la serie The Young Pope di Sorrentino ha fatto risuonare dentro di me è stata quella che mi consegnò una volta il professor Giuseppe Trautteur – una istituzione della cibernetica nell’Università Federico II che mi onora della sua amicizia, che ha vissuto sia la vita dell’ortodosso religioso che del feroce positivista: “È importante essere stati cattolici, una volta nella vita”. È importante esserlo. O esserlo stato. Ma nel mezzo non esiste nulla. Al di là di qualche breve eco, qualche sparuto strascico della nostra storia personale, non è concesso niente altro che vuoto irriducibile.

Sorrentino è un napoletano malato, come noi

La serie di Sorrentino è, come tutta la sua opera, un tentativo completamente eterogeneo e disorganico di discutere le diverse incarnazioni della bellezza. Stavolta nella declinazione dell’assenza – di immagine, di parola, di sentimento. Ad oggi il suo film vittorioso alla notte degli Oscar rimane uno dei lungometraggi più disturbanti che abbia mai visto, una vertigine continua di rilanci per poi accordarsi su un finale da due centesimi. Il Papa Giovane non fa eccezione, alterna sprazzi abbaglianti a vacua inutilità in un clima di generale torpore. Il torpore di quanto sopravvive, come il Vaticano. Ma col tempo ho imparato ad apprezzare questo non-senso. Mi ci sono affezionato. Forse anche perché Sorrentino è un napoletano, dunque un uomo nel quale riconosco tratti noti. Un napoletano trapiantato, colpito ma non affondato, un napoletano di talento che presenta una particolare afonia sul tema della propria problematica origine, insomma un napoletano malato come noi che non ha fatto mai nulla per nascondere la propria malattia anzi l’ha messa a totale disposizione dell’arte, e questo non può passare inosservato.

L’intento è chiaro sin dalla sigla

La sua ambizione non è nuova, non di meno rimane enorme. Discutere di dio pescando nel kitsch, analizzando cosa rimane dell’essenza delle cose quando esse sono sepolte sotto milioni di strati ributtanti di dubbio gusto. L’intento è chiaro sin dalla sigla – straordinaria: opere d’arte in esposizione scorrono, una stella pacchiana che segue un papa che sembra avviarsi ad un incontro di wrestling e una versione oscenamente hip-hop del capolavoro All Along The Watchtower di Bob Dylan, nell’esecuzione di Jimi Hendrix. Di quella canzone rimane solo il riff in do minore coperto da una coltre di effetti caramellosi e sdolcinati, eppure la potenza del pezzo rimane, come se il regista volesse dirci che non importa in quale pozzo profondo li si getti, quei pochi secondi di chitarra elettrica risorgeranno nei secoli come una marcia finale.

Oggi la religione per noi è on demand

Per riconoscere questa bellezza invitta – l’unica che dio non condanna perché persino lui vi si inchina – un approccio medio, ragionevole, tiepidamente amichevole, non è concesso. Il discorso di Pio XIII ai cardinali è quasi ovvio. La religione è totale, dunque totalizzante e totalitaria, una grumo sragionante di assiomi cui prestare obbedienza, oppure non esiste. Anzi si trasforma in ciò che oggi è diventata nei nostri matrimoni e le nostre feste di comunione, nelle apparizioni e sparizioni di santi, una commodity, uno dei servizi on demand, assolutamente disinnescata ed incapace di rapportarsi alle istanze dell’unica vera religione in atto nel mondo, quella che “ha più seguaci della cattolica” dirà il Papa, ovvero l’Islam. Siamo disposti a questa scelta?

Neanche Voiello crede nel Napoli

Nel discutere del rimosso, dell’assente, la serie fa leva anche sul calcio, nei palleggi del Dios che galleggiano sul ritmo di Life is life, mentre il cardinale Voiello mostra ai diplomatici il suo Tridente-Trinità, per credere nel quale deve sforzarsi di superare il proprio malcelato scetticismo di fondo. Un Tridente il cui Padre oggi non è solo assente ma addirittura bianconero, per uno splendido scherzo del destino. Neanche Voiello, infatti, crede nel Napoli, che per il cardinale rimane, come per noi, incomprensibile assenza. Neppure il Napoli di Hamsik, troppo lontano dalla perfetta coerenza religiosa di Pio XIII, riesce a diventare vera fede. E come potrebbe esserlo una squadra che ogni domenica è indaffarata anzitutto nel dimostrare di esistere senza trovare così un attimo per riuscire a vincere?

Il colonnello Kurtz

Sullo sfondo, un capo religioso che fallisce nel tentativo di credere perché si percepisce al di sopra della propria coscienza che lo giudichi e dunque non sente il potere di un dio che lo salvi. Anche questo non è un tema nuovo. Coppola ne costruì un capolavoro nel chiaroscuro della testa del colonnello Kurtz in Apocalypse Now, ripreso da quel libro straordinario di Conrad, Cuore di tenebra. Lì l’orizzonte era l’orrore. Qui il coraggio sfrontato di Sorrentino è troppo grande perché lo si possa ignorare. È pura ed incosciente temerarietà. Per questo mi è simpatico. Certo il Papa Giovane non vale l’apocalisse del Capitano Willard, ma dimostra quasi con ironia che sul tema dell’assenza un tifoso napoletano può dire la sua. Qui a prendere il posto dell’orrore è il nulla. È il non avvenuto. Il trionfo non raggiunto. La partita non giocata. Il nulla di un tifoso scagliato nel mondo, sulla mitra iridescente e ridicola di un papa.

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