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Sarri è l’istituzionalizzazione della paura, ecco perché diffido di lui

Si può criticare l’allenatore senza passare per sciacallo o al soldo del padrone? Vuole ovattare Diawara perché ha paura dell’insuccesso.

Sarri è l’istituzionalizzazione della paura, ecco perché diffido di lui
Maurizio Sarri in una foto di Matteo Ciambelli

La vittoria pesantissima e meritata di Udine – che ci auguriamo sia l’inizio di un lunga serie di successi – mi pare una buona occasione per intraprendere una azione non facile, a Napoli, oggi: condividere qualche pensiero critico sull’allenatore senza necessariamente passare per sciacallo o al soldo del padrone. Una critica ad un tecnico del quale io non so fare a meno di diffidare. L’ho ascoltato spesso e con attenzione, anche ieri. L’ho seguito nelle sue considerazioni e nei suoi ragionamenti nella scorsa lunghissima stagione. Oggi penso di essere poco convinto di poter condividere larga parte del suo pensiero e della sua prospettiva.

Per chi scrive, l’allenatore – e l’allenatore del Napoli, in modo particolare – non può limitarsi ad essere un semplice tecnico. Deve piuttosto essere molto simile al Maestro descritto dal professor Herrigel ne “Lo zen e il tiro con l’arco”. Un samurai. Un uomo che sa indicare un punto lontano e portare il discepolo alla consapevolezza che solo quello è il luogo su cui focalizzarsi, lasciando che il resto sfochi in profondità.

“Per l’ambizioso, che conta quante volte fa centro, il bersaglio non è che un povero pezzo di carta che egli fa a pezzi. La ‘Grande Dottrina’ del tiro con l’arco considera questa pura stregoneria. Essa non sa nulla di un bersaglio che è piantato a una certa distanza dall’arciere. Conosce solo la meta, che non si raggiunge in nessun modo tecnicamente, e chiama questa meta, se pur la nomina, Buddha”.

Con la disciplina giapponese condividiamo l’indicibilità della meta, il cui nome – Scudetto – brucia chi la pronuncia più di quanto faccia il Buddha col maestro. Nella danza di patate bollenti tra presidenza e tecnico, ho sentito solo il nostro Capitano, imperfetto ed esaltante com’è, parlarne apertamente in settimana in una intervista al Corriere. Liberare il linguaggio dalle bende che lo mummificano da decenni.

La retorica dei giovani

Ieri Sarri era disteso. Mi pare lo sia spesso, quando è lontano dalla pressione del risultato che lo appiattisce innervosendolo. Ed ha parlato dei giovani e il gusto che gli dà allenarne. “Gusto” è una parola che adopera molto. Così come “sensazione”. C’è sempre una vasta soggettività nei suoi racconti e nei suoi giudizi, dopo le vittorie. C’è invece molta presunta oggettività a valle delle sconfitte, quando si trincera dietro lunghissime tabelle di metriche tattiche. Non è un peccato mortale, sia chiaro. Ciascuno coltiva la propria strategia di ritirata preferita. Ma mi dà l’impressione di una sottile tendenza al baro nel gioco complessivo. È il baro della retorica dei giovani, che si tirano in ballo quando si cerca la giustificazione ex post al disimpegno. Si riporta Napoli alla terra delle belle speranze che poi si vedrà. Che il tempo ci dirà. La retorica dei perdenti che si abbracciano a bordo campo dopo essersi lasciati un giorno amaro di tanto tempo fa, come padre e figlio. Si allontana la polvere cruenta della competizione. Sarri è l’istituzionalizzazione della paura. E a cosa serve la paura, a Napoli, una città felicemente immobilizzata dal terrore di qualunque cosa esista sotto il sole?

Liberare il linguaggio

Liberare il linguaggio, dicevamo. È necessario, se si vuole essere maestri a Napoli. La cronaca ci dice che la squadra azzurra è la seconda forza calcistica della nazione. Lo hanno detto la classifica lo scorso anno, i punti, le reti fatte, l’hanno detto gli unici trofei strappati alla Juventus e le gare in Europa negli anni passati. Il dovere del Napoli è, dunque, competere al meglio delle proprie possibilità per il titolo – scudetto e coppe. Avere la mente disegnata esclusivamente sulla sagoma di quegli obiettivi, come prescrive il Maestro zen, senza infingimenti. E poi educare i tifosi alla ineluttabilità della storia, all’umanità di un’etica in cui si riconosca quanto il risultato sia muto rispetto alle nostre esistenze, mentre si scopra la ricchezza dell’eloquio dello sforzo pianificato ed eseguito per raggiungere l’obiettivo. Si punta al primo posto e poi si può arrivare decimi. È questo scarto tra intenzione e realtà che lo sport insegna a sopportare senza soccombervi. Altrimenti tanto vale giocare a Playstation. O ripiegare sul famoso piacere delle piccole cose. O rimanere in questa sterminata provincia nella cui luce l’Italia affoga.

O l’aziendalismo o le dimissioni

Sicuramente Sarri parlerà diversamente ai suoi uomini nel chiuso di uno spogliatoio. Ma all’aperto e dietro ai microfoni dice ciò che pensa, e lo fa dinanzi ad una platea gigante che è anche ago della bilancia del destino della squadra, ovvero il pubblico. Ed anche lì, a mio avviso, bara. Si trova a proprio agio nel ruolo di chi fa parte del gioco ma tutto sommato lo subisce, lasciando intendere che le lacune che non si colmano derivano da una volontà che non è la sua – ma appartiene, stringi stringi, al presidente. Questo lo trovo decisamente immorale. Per chi scrive esistono due alternative nel mondo professionale: l’aziendalismo o le dimissioni. Poi ci sono anche gli stracci che volano nell’insonorizzazione delle stanze del potere, come ce ne furono in passato e sempre ce ne saranno. Ma non è una storia da samurai quella di chi si costruisce di notte un utile lasciapassare.

Il calcio non è un museo a cielo aperto

Da un po’ ho anche molti dubbi sul gioco. Mi pare siamo immersi in una rotonda bolla illusoria. Il religioso appendice ad ogni appunto è “si, però si gioca bene”. Come se l’estetica fosse un valore a sé stante nel calcio e nello sport. Come se non fosse anch’essa un viatico alla vittoria, un canale possibile di successo. Si rincorrono sempre gli stessi esempi, confondendo proditoriamente volontà ed azione – l’Olanda di Cruyff, ad esempio, bella e perdente, come se si potesse ignorare di quale spirito visceralmente competitivo fosse totalmente imbevuto il giovane Johan. Il calcio non è un museo a cielo aperto. Esiste solo perché c’è un destino di miglioramento personale e comunitario, una consapevolezza da raggiungere. Di nuovo, quel punto fisso e lontano all’orizzonte. La mia impressione, al contrario, è che la squadra sia imbavagliata nel collettivismo di un gioco che ora la asfissia. Segna solo quando sbraca. Quando finisce fuori tema. Come sabato sera ha fatto Insigne, senza schema. La squadra vince se si scrolla di dosso quella tonnellata di idee che pendono sul capo. “Lei si preoccupa inutilmente – dirà il Maestro al professor Herrigel che si dispera di non capire – si tolga dalla mente il pensiero di colpire il segno. Può diventare un maestro d’arco anche se non tutti i colpi fanno centro. Lei è mal consigliato se crede che una comprensione anche in parte soddisfacente di queste oscure connessioni possa portarla avanti. Si tratta qui di processi cui l’intelletto non arriva”. L’arco “Si” tira, “Si” colpisce.

Le male parole

Questa bolla illusoria sul gioco passa sempre per il linguaggio. Sarri l’ha saputo piegare alla propria volontà con messaggi chiari, dalla tuta sbandierata per poi lasciarsi andare alle considerazioni sui colleghi in doppiopetto, alle maleparole usate chirurgicamente ad ogni risposta ad una domanda scomoda. Sono tutte strategie di ritirata. La malaparola sarriana ricorda più i ciondoli della marca di grido da collezionare e regalare a Natale per sentirci tutti più eleganti, piuttosto che uno scardinamento della grammatica calcistica scolastica. Il linguaggio di Sarri è immobile, “ovattato” come egli vorrebbe Diawara, un giovane al quale non va detto che è bravo affinché rimanga nello schema dell’umiltà su richiesta, quella che ti para dall’insuccesso prossimo venturo.

Sta bene anche a De Laurentiis

È questa visione apocalittica che non amo in Sarri. È una visione che piace a lui e piace tutto sommato anche al nostro presidente, oltre che a una parte della tifoseria. Questo è il punto. De Laurentiis finge di passare sulle piccole e grandi bordate alla società, sulle critiche alla propria rosa, sulle lamentele reiterate, perché tutto sommato il tecnico toscano garantisce anche la quiete che egli cerca nei momenti cruciali. Sarri lavora tanto e, spero, vincerà tanto. Ma non porta con sé, oggi, alcuna inquietudine, alcun punto di domanda. È tutto come era, come è e come sarà. Magari cambia. (Chiedetelo a Rog).

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