La Roma senza moralismi di Marco Ciriello (sulla Palmiro Togliatti)

Ciriello sceglie lo humour per raccontare la Roma della criminalità e degli emarginati, una scelta che non toglie epicità ai personaggi e struttura al romanzo.

La Roma senza moralismi di Marco Ciriello (sulla Palmiro Togliatti)
La copertina dell'ultimo libro di Marco Ciriello

E un certo nostro istinto ci dice che, dove c’è vita in abbondanza, per quanto grossolana e peccaminosa, questa ha i suoi freni e le sue purificazioni, e infine si troverà in armonia con le leggi morali (Ralph Waldo Emerson)

Rispondendo alla domanda “Chi sono i 5 migliori giocatori italiani?”: Totti, Totti, Totti, Totti e Totti (Zdenek Zeman)

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La borgata di Claudio Caligari iniziava esattamente dove terminava quella di Pasolini; era abitata dai nipoti di Accattone, decimati dall’arrivo delle droghe pesanti, imbrigliati dalla nuova criminalità, espressione di un senso di rivalsa sociale, a volte, raramente, salvati da un pallone.

Quella al regista recentemente scomparso non è l’unica dedica contenuta nell’ultimo imperdibile romanzo di Marco Ciriello, “Assassinio sulla Palmiro Togliatti”(Baldini & Castoldi), giacché ad affiancarla vi sono quelle a Elio Petri, a Carlo Mazzacurati ed al da noi misconosciuto scrittore marsigliese Jean-Patrick Manchette, quasi a voler fornire al lettore delle più o meno precise coordinate per muoversi nel microcosmo dell’opera.

Non è difficile capire perché il regista di “L’odore della notte” sia nel cuore dello scrittore/giornalista/blogger irpino-partenopeo, leggendone questa fatica, anche se qui il discorso sulle borgate subisce, per così dire, una battuta d’arresto, se non altro perché, al netto del debito verso Caligari e della “menzione particolare” per l’eroe borgataro, Francesco Totti, a farla da padrona è più che altro uno stradone, quella Via Palmiro Togliatti che viene solitamente ricordata come un luogo meraviglioso della Roma del dopoguerra e che ora versa in uno stato di evidente abbandono e degrado.

Ne aveva peraltro scritto l’attore/poeta Victor Cavallo (ricuperate la sua raccolta di poesie “Ecchime”, Stampa Alternativa, 2003), uno che

girava per il centro di Roma a raccogliere frammenti di frutta buttati, odori di cucina, parole di passanti sconosciuti, tips giocate al totocalcio, biglietti Atac scaduti, sogni e fragranze di belle ragazze e di bei ragazzi, monete straniere perse tra i sampietrini insabbiati, carciofi fritti sul pavimento, cocci verbali di ogni provenienza […] e con tutto ciò faceva la sua minestra ‘de jour’, una minestra d’amore” (Alvin Curran).

Ciriello, che maschera il suo da fumettone scritto per rendere omaggio ad autori amati (come un suo precedente folle saggio sul calcio lo era stato verso la grande penna di Edmondo Berselli), mentre è decisamente di più, forse uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi anni per lingua, creatività, sguardo, ama posti come questo e non è un caso che da tempo promette a chi scrive un reportage sulla grande bellezza del Villaggio Coppola.

È in effetti nei luoghi anonimi, squallidi, trascurati dai set cinematografici dei film vincitori di Oscar, che spesso accadono le cose, e la Palmiro Togliatti – come già la Domiziana per il capolavoro pulp “Vangelo a benzina” – è il teatro dell’episodio da cui prende avvio il racconto corale e apparentemente privo di linearità di questo atipico noir: l’omicidio di un pusher mezzo thailandese e mezzo romano, alla presenza della sacra reliquia degli scarpini di Totti, ultimo eroe popolare di questo paese.

Di ironia è decisamente pregno lo sguardo di Ciriello su una Roma, sì, dominata dai feroci clan russo e nigeriano in lotta per il controllo del mercato della droga, ma pulsante, vitalissima, abitata da personaggi per certi versi strambi ma spessi, tra i quali menzioniamo una commissaria ultracattolica che vede nella battaglia al crimine la proiezione dell’eterna lotta del bene contro il male, e che in fondo non è altro che la reincarnazione del commissario fascista Valenzi del “Vangelo a benzina” ma in gonnella e con le sacre scritture stampate in mente – in queste figure pare racchiudersi l’essenza di un paese, almeno nella sua parte conservatrice ma in fondo irrinunciabile, positiva, riflesso dell’impegno di tanti poliziotti e magistrati uccisi dalle mafie ma altresì distanti dalle antimafie professionistiche –, ed agli antipodi un ex criminale di guerra in Cecenia che inventa una nuova droga con cui invade la capitale nel mentre sviluppa un approccio al delinquere sanguinario, grandguignolesco, fino al punto di mettere sotto vuoto il cervello dei nemici giustiziati.

Nel mezzo, altri personaggi che contribuiscono a intessere la telaiatura di un hard boiled per nulla banale, men che meno manicheo: una rock band che evoca a tratti i Baustelle, un ispettore pragmatico che funge da contraltare della poliziotta, una scimmia in fuga sul raccordo anulare, un blogger in cerca di scoop (coi tratti del Cafonal di Dago) e senza scrupoli ma preferito ad uno scrittore e giornalista che mette becco in ogni vicenda dandone le letture più strampalate sempre però infarcite di autopromozione (un male che appare quasi più inestirpabile ed odioso, oltre che sottilmente mortifero, della criminalità).

L’abilità dell’autore può dirsi condensata proprio nel suo humour, arma con cui ama abbattersi sulle piaghe più purulente, togliendo loro epicità e sottolineandone gli aspetti paradossali, il ridicolo (qui i maestri o quanto meno i riferimenti sono il predetto Caligari ma anche il Tarantino di Pulp Fiction, come, tornando sul versante cinematografico nostrano e coevo all’autore, e coi dovuti distinguo, la Roberta Torre di “Tano da morire”).

Ma non va trascurata la capacità di riuscire ad osservare un mondo, di immaginare gli sviluppi di esso, inventare personaggi che li abitino senza che – è merce davvero rara – la vanità si frapponga tra sé e la visione ottenuta. Evitando magistralmente pure le secche moralistiche di chi riduce una città ai suoi salotti annoiati come ad inchieste che si gonfiano e sgonfiano in un batter d’occhio.

Il grande merito di questa scrittura apparentemente distaccata e cinica sta in realtà nel nascondere dietro l’ironia uno sguardo di tenerezza unico verso mondi e vite disgraziate, quasi a voler rinvenire nelle lacerazioni e nella stessa sofferenza la necessità della vita, ma anche una possibilità di riscatto.

Non è un caso che il libro si avvii alla sua conclusione con la meraviglia di un Canto della città, che in un’ipotetica riduzione cinematografica ci piacerebbe accompagnata dal post rock in romanesco degli Ardecore e dove, fragile, “indifesa cresce una speranza”, a rappresentare la quiete PRIMA della tempesta di un crescendo wagneriano costruito incredibilmente mettendo assieme la telecronaca di Roma- Cska Mosca e la tensione della sparatoria che vede affrontarsi i protagonisti del romanzo.

Mario Colella ilnapolista © riproduzione riservata
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