Il calcio è una scienza, l’allenatore un manager

Il calcio è una scienza, l’allenatore un manager

C’è stata un’epoca in cui i numeri nel calcio venivano utilizzati unicamente per indicare i tiri in porta, il possesso palla o i gol fatti/subiti. Negli ultimi anni invece stiamo assistendo ad un uso massiccio di cifre, e statistiche, una “datizzazione” che sembra aver fatto perdere, attraverso la freddezza dei numeri, tutta la poesia e la passione per il pallone.

L’incidenza di questi fattori viene indagata da Carlo Canepa e Luciano Canova ne “La scienza dei goal” [Hoepli – 12.90 euro]; i due autori spiegano che ormai tra il calcio e la statistica esiste un connubio indissolubile, «di statistica il calcio è fatto e la statistica si serve del calcio per renderlo ancora più bello», attraverso i numeri si prova a spiegare e rendere razionale la complessità di questo gioco. È di tutta evidenza che le cifre vanno usate in maniera consapevole – e non semplicemente snocciolate come spesso capita – ed è per questo motivo, avvertono, che il titolo di questo libro contiene la parola “scienza”. Infatti nei dieci capitoli del volume si è cercato di raccontare come «le scienze sociali, con l’economia e le scienze cognitive in primo piano, ci forniscano metodi, ipotesi e risultati di ricerche per osservare lo sport più amato al mondo da una prospettiva diversa».

Una delle più utilizzate è quella economica. È acclarato che intorno al calcio moderno si coagulino interessi non solo meramente sportivi, non è più semplicemente un gioco, ma un’attività con cui è possibile guadagnare. Questo è un tema su cui, a queste latitudini, siamo particolarmente sensibili ed è stato largamente approfondito da Stefan Szymanski, professore di Economia all’Università del Michgan, il quale insieme al giornalista del Financial Times, Simon Kuper, ha provato a rispondere in un corposo studio – Soccernomics, tradotto anche in italiano con il titolo Calcionomica [ISBN – 24 euro] – alla domanda: si possono fare soldi con il calcio?

Osservando l’andamento delle voci principali che riguardano gli introiti di una squadra di calcio – incassi da biglietti allo stadio, accordi commerciali e diritti televisivi – è possibile cogliere le peculiarità di questo mondo con la conseguente difficoltà di tentare un approccio da un punto di vista squisitamente contabile.

Il calcio è un’industria «che genera reddito solo se accompagnato da risultati che implicano grossi investimenti […] il modello di business di un imprenditore che acquista una squadra di calcio, se vuole raggiungere il massimo dei profitti, cozza decisamente con la strategia standard di un’industria: la riduzione efficiente dei costi». Il quesito resta aperto, ma i due autori utilizzando il modello interpretativo di Szymanski affermano che «se l’economia classica considera scopo finale di un’impresa la massimizzazione del profitto, lo stesso non si può dire per una squadra di calcio, il cui obiettivo ultimo, anche come azienda, è quello di massimizzare il numero di vittorie».

Nel testo uno degli aspetti più interessanti è l’analisi sul ruolo dell’allenatore che, continuando ad utilizzare una prospettiva industrial-economica, è per certi versi paragonabile al manager di un’azienda, anche se i metodi con cui vengono assunti e selezionati «sono per lo più insensati». La gestione di una squadra da parte di un tecnico è finalizzata al miglioramento delle prestazioni ed al raggiungimento dei famosi “risultati”. Quando ciò non avviene l’allenatore viene esonerato. Sul tema esistono diverse teorie – quella del senso comune, del circolo vizioso e del capro espiatorio – e numerose cause – gli infortuni, il calendario – ma a detta degli autori «l’applicazione dei metodi quantitativi per stimare il contributo di un allenatore e l’effetto di un esonero forniscono risultati solo apparentemente contraddittori. L’errore da evitare è considerare il tecnico come il responsabile principale delle vittorie e delle sconfitte. Un manager svolge un ruolo causale necessario, ma non sufficiente solo per il verificarsi di determinati risultati».

Gli autori si dedicano lungamente allo studio dell’home advantage – il vantaggio di giocare in casa – ed attraverso uno studio attento della letteratura scientifica si possono individuare 5 fattori che ne spiegano l’importanza: il contributo del pubblico, la familiarità col campo di casa, la distanza dei viaggi, le regole di una competizione e la territorialità. Se questa cinquina non riserva grandi sorprese c’è un sesto elemento – i media – che secondo lo studio di due economisti di Oxford, Mark Koyama e James Reade, sta annullando parte della distinzione tra partite in casa e fuori casa «in pratica, per la grande maggioranza dei tifosi, tutti i match sono giocati in casa, più precisamente nel salotto della propria abitazione. Un calciatore, dunque, deve alzare il proprio livello motivazionale».

La scienza dei goal offre spunti interessanti e chiarimenti necessari per comprendere, in un’ottica pan-numerica e statistica, lo sport più bello del mondo.

Alfonso Noël Angrisani ilnapolista © riproduzione riservata
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