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Ridateci Bruno Pizzul, basta con le telecronache isteriche e stressate

Ridateci Bruno Pizzul, basta con le telecronache isteriche e stressate

Ridateci Bruno Pizzul, ridateci l’esperienza del tifo. Tacete. Vogliamo vivere una partita, non i vostri umori nevrotici, le vostre urla avvaiassate. Ridateci i vecchi cronisti “democristiani” di una volta che, giovani imbecilli, criticavamo perché mosci, senza nerbo, senza la passione della partita. Perché di questa cronaca da effetto terremoto, da tsunami in diretta, con urli e faziosità varie non se ne può più. E non si salva nessuno. Né Sky, né Mediaset e nemmeno, quelle poche volte che entra in scena, la Rai – anche se va detto, quelli sono faziosi, per lo più romanisti, ma almeno non in preda a questo delirium tremens, a questo desiderio di crepare i nervi dello spettatore. Diciamo subito che qualcuno si salva: Compagnoni, appassionato ma competente e misurato nell’entusiasmo. E non è l’unico.

Adesso voi vi aspettate il solito “piccio” (lamento) del tifoso che si sente discriminato dal cronista professionale. No, il punto è un altro. Questi qui non ci lasciano vivere la partita. Un qualsiasi cronista tifoso di qualsiasi squadra andrebbe meglio, per i suoi tifosi, di questi urlatori. Perché quelli, i cronisti tifosi vivono “con” il tifoso e non “sul” tifoso che menano di brutto con le parole. Il loro scopo, degli urlatori, è farci vivere l’evento televisivo, non la partita. Ci vogliono fedeli di Sky o di Mediaset, non di una squadra.

Sul piano professionale gli errori sono due ed hanno radici antiche. Il primo: “non devi fare la cronaca.” Che, fino a quando si parla di un pezzo di giornale stampato, che esce ore ed ore dopo l’evento, è anche un ragionamento che fila: tu devi tematizzare, trovare chiavi – ho personalmente praticato questo modello negli anni ’80 – perché devi rimontare la concorrenza delle immagini e oggi della rete, dei “live streaming” e delle cronache in tempo reale. Quando scrivi sei davvero lontano le mille miglia dal descrivere quello che vedi. Perché sei “dopo”. Tu scrivi per il futuro. Chi parla in tv è l’adesso. Dovrebbe raccontare il presente che stiamo vivendo.

E invece anche il cronista televisivo non racconta. Il risultato è che nella migliore delle ipotesi la partita, l’evento vivo, reale, la realtà che scorre come un fiume sotto i tuoi occhi scompare, è come se tu la vedessi attraverso la nebbia delle loro parole. A volte su Sky stanno parlando della carriera di un giocatore fin da quando stava al Pizzighettone e poi passò alla Caivanese quando quelli fanno gol. Poi se ne accorgono e per recuperare che fanno? Urlano.

Il secondo errore: la ricerca a tutti i costi della chiave tecnica e addirittura il commento a partita ancora in corso, che spesso si mescola con giudizi preconfezionati e “orientati”. I “bilanci” della partita che cominciano al 5′ del primo tempo – anche perché altrimenti non si spiega il compenso speso per il commentatore tecnico –  e vanno avanti fino a tre giorni dopo, con insinuazioni, zeppate, cianchette, calembour, frecciatine e citazioni dalle polemiche della settimana. 

Così stasera i due di Mediaset hanno discusso per tutta la sera di questo Napoli che non riusciva, nonce la faceva, non copriva ma poi alla fine si difendeva, ma perché si difende? ma perché non attacca? eh ma se attacca, attacca male, però è qualificato, no ma deve vincere, però lo Young Boys ohhhh: il PRESENTE. Non il dopo partita. E tu, cronista, dove sei? Con me nell’evento o sui miei nervi di spettatore?

Ora la rivendicazione che qui lanciamo è molto semplice. La partita per il tifoso è uno stress, spesso un mal di cuore. Questo modo di fare cronaca aggiunge stress a stress. Abbaia senza sosta nell’orecchio di chi soffre: stai soffrendo! Nel momento nel quale una squadra subisce, sentirsi da tifoso ripetere continuamente: sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia sbaglia, errore, errore, errore, errore, errore, errore, errore, errore errore… Pietà per noi vinti!

Certe isterie, certi nervosismi del dopo partita, certi commenti a timone rotto negli altri media si spiegano anche così, con la necessità – tossica, assuefatta, chimica – di superare in stupore e stordimento  le cronache che lo spettatore ha ascoltato: prevenute, verbose, straripanti di negatività. Assordanti.

Come se le partite non fossero fasi in cui si subisce e poi si prova a vincere, come se ci fosse un modello astratto – la play station di calcio perfetto, digitale, senza odori e senza fango – stasera hanno cazziato Callejon perché scivolava. Insomma vita. Che poi, a bocce ferme, potrà essere discussa, analizzata, capita. Si potrebbe raccontare il mondo, se solo non si urlasse in continuazione. Cari colleghi, “non va!”. Aridatece Pizzul, o, se proprio non c’è, Carlo Alvino
Vittorio Zambardino

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